IL FESTIVAL DELLA STORIA

I Sardi, gli Italiani
Regno di Sardegna, Regno d'Italia

V Edizione - 2011

Il territorio dell’interno oggi patisce un rischioso deflusso. I giovani vanno via dai loro paeselli  per andare alla ricerca dio un futuro che sembra loro negato. L’isola vive una lenta agonia che  da una vede lo dissiparsi  la cultura della terra e dall’altra non produce quei benefici  per tenerla in vita. Muoiono  gli ultimi ambasciatori di una stirpe eletta; la stirpe della terra.

 

Nostro compito è, a questo punto, sempre più quello di essere incessantemente custodi di frontiera, per cogliere, ripresentare, riesaminare, rintracciare la matrice di questi linguaggi e di queste esperienze cercando la spontaneità e l’empatia scrostando la nostra proposta da inutili quanto dannosi sedimenti folklorici, e sfrondando il prodotto finito da scorrerie intellettualoidi che tutto distorcono, interpretando il tutto attraverso linguaggi capaci di dare dignità al sapere popolare. Pertanto è questo il filo conduttore che allinea ogni nostra proposta in un unico progetto che abbiamo voluto chiamare

 

Prima di cominciare sentiamo la necessità di rivolgervi una domanda: cosa è la storia?  Perché un progetto turistico che parta dalla storia?

Innanzitutto bisogna considerare che stiamo parlando di fatti accaduti anni, secoli, millenni addietro,  nozioni ormai dimenticate dal ricordo personale, rammentati solo da libri che ne raccontano i fatti, da altri che  spiegano quei fatti, e da biografie che cercano di raccontare i retroscena più nascosti degli stessi, che vengono completate da altre che invece, faziosamente affermano l’esatto contrario. La maggior parte di queste informazioni vengono proposte attraverso  libri di testo i quali cercano di estrapolare, da questo minestrone di notizie, una sintesi la più semplice possibile, evidenziando, attraverso date, il percorso storico dei popoli. Il risultato di questa sintesi si realizza in una secessione di fatti e persone  elencate una dopo l’altra, tra una foto e qualche cartina.

 

La domanda iniziale tuttavia non è stata evasa: a che serve conoscere la storia, e quale è la sua utilità pratica?

Per andare avanti, forse è necessario considerare la storia da un altro punto di vista. Innanzitutto è necessario affermare un postulato; e cioè che gli uomini nascono e muoiono da milioni di anni.

Noi non sappiamo nulla di questi uomini, se non attraverso lo studio di manufatti o di quei pochi resti che il tempo non ha cancellato e la terra ha restituito.  Diciassettemila anni fa, prima della nostra era, a Lascaux, alcuni uomini tracciano i loro primi disegni: si tratta di un miracolo.

Sono scene di caccia, di lotte terribili, di riti dimenticati.

Attraverso quei disegni si cominciano a capire  paure, speranze, pensieri.

Si intravede l’esigenza forte di non dimenticare i momenti più importanti delle prime comunità. Passano altri undici millenni ed ecco una delle più straordinarie invenzioni dell’umanità: la scrittura, nata per il desiderio di lasciare tracce delle gesta  dei popoli oltre la morte. Da quel momento viene scritta ogni cosa,  la storia delle città, dei loro condottieri. La scrittura si afferma prepotentemente come necessità.

 Ed ecco i primi cronisti, questi sono dei narratori moderni che hanno imparato ad imbalsamare, attraverso segni sul papiro, o su pelli di animale, le vicende degli uomini, e delle loro battaglie, perché la morte non ne cancelli ogni traccia. Attraverso la scrittura l’uomo cerca di capire se stesso, le proprie origini,  il perché parla una certa lingua, come è giunto in un certo luogo.

Sono scritti intrisi di mistificazioni, parzialissimi, ma che ci permettono di capire come vivevano interi gruppi di persone. Grazie alla scrittura quelle vicende  divengono come messaggi in una bottiglia lanciati verso il futuro, con l’intento di spiegare fatti e raccontare verità che, anche se parziali, sono necessarie. La storia è quindi un grande racconto, un insieme di storie vissute e  raccontate da uomini, dei quali ci è rimasto il ricordo grazie a oggetti, costruzioni, luoghi, villaggi abbandonati, oggetti di varia foggia, che, senza quegli scritti , non avrebbero alcun significato.

Conoscere la storia è come ripercorrere all’indietro una grande autostrada viaggiarci sopra vuol dire scoprire i perché del mondo di oggi ed averne una visione più completa.

 

La storia è attorno a noi

 

La millenaria civiltà autoctona del periodo del bronzo ha lasciato in Sardegna oltre 7 mila tracce di monumenti nuragici. E prima della civiltà nuragica, i popoli protostorici hanno lasciato monumenti funebri e magici come “domus de janas” – “perdas fittas” – “tumbas de gigantes”- recinti megalitici con altari sacrificali e cerchi magici di fattura celtica.

L’isola ha conosciuto la presenza a volte amichevole, molte volte aggressiva  di molti popoli dell’antichità, Fenici, Cartaginesi, Romani, Bizantini, Vandali, Saraceni, Pisani, Genovesi, Aragonesi, Spagnoli, Piemontesi. Spettacolari testimonianze si conservano a Nora, Tharros, Sant’Antioco (Tophet), Sulcis, Torri medievali di Cagliari e Oristano, castello di Bosa, bastioni di Alghero.

Nel sec. VIII a.C. i Fenici vi costruirono importanti colonie come Sulcis, Nora, Karalis, Tharros. Poi ci furono i cartaginesi. Quindi i Romani la fecero loro provincia, con il municipio creato da Giulio Cesare nel 46 a.C. Caduto l’impero romano, subirono la sorte dell’Italia ma, dato l’isolamento geografico, mantennero i propri costumi. Nel Medioevo si crearono le istituzioni dei Giudicati di Cagliari, Arborea, Gallura e Torres. I Pisani e i Genovesi si alternarono il possesso dell’isola finché arrivarono i Catalani e gli Aragonesi dopodiché i Savoia, spediti in Sardegna dal congresso di Londra – Vienna.

La Sardegna e la storia

 

La Sardegna è una delle terre tra le più importanti ed antiche del Mediterraneo, la sua storia è legata a quella delle più rilevanti civiltà che hanno occupato il Mediterraneo, nelle vaste zone all’interno delle mura e nel circondario. Numerose infatti sono le tracce della presenza stanziale o sporadica di civiltà protagoniste della storia. Un plus valore che, in chiave turistica, potrebbe giocare un ruolo chiave per avvicinare, incuriosendo i turisti, e in un discorso più interno permetterebbe ai sardi di amare un pò di più una la loro incredibile terra. 

 

L’arte del narrare

Il raccontare, un’arte dimenticata, sostituita dalla Televisione, il monolite, il simbolo della società delle comunicazioni e del non ascolto.

Il raccontare in contrapposizione alla cultura dell’audience, dei dati d’ascolto, della massificazione coercitiva.

Tempo fa, i padri dei nostri nonni, nelle piazze, nelle case o nelle lolle, raccontavano favole e storie, frutto di una tradizione orale, nata per tramandare un sapere che, chi ascoltava, non avrebbe potuto leggere, ne vedere su alcuno schermo o su nessun palcoscenico.

La memoria, la vita, la storia era l’argomento segreto di quei racconti leggendari.

C’era il racconto, c’era l’atmosfera, c’era l’ascoltatore, l’attendere (senza interruzioni pubblicitarie), il rispetto fra le persone del gruppo.

Tutto questo oggi si è perso.

Il risultato di ciò possiamo vederlo nei nostri figli, senza memoria, senza fantasia; una generazione plasmata dagli zainetti Invicta e dai Pikaciù, che comunica con un underground sempre più limitato e di vaga origine “mediasettiana”, (secondo uno studio, il numero delle parole utilizzato da una persona media è passato da 3000 a 1500, tutto ciò per la gioia dei pubblicitari, ai quali sono sufficienti i termini “buono” e “bello” per definire una trentina di altri termini simili.) Non stiamo aprendo una sciocca crociata contro la televisione, ma bensì cercando di far riscoprire un mondo che sarebbe un peccato dimenticare, abitato da figure, miti, personaggi che nascondono nel loro essere, la storia vera della nostra terra. Raccontare per risvegliare, per essere ascoltati, e per ascoltare.

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